L’AJA — Il tribunale che oggi decide la sorte di Hashim Thaçi esiste anche grazie a Hashim Thaçi. Fu lui, da ministro degli Esteri, ad accettarne la nascita nel 2015, sotto la pressione delle cancellerie occidentali. Undici anni dopo, alle 10 di questa mattina, i giudici delle Camere specializzate del Kosovo hanno cominciato a leggere il verdetto che dirà se l’ex presidente, 58 anni, passerà in carcere buona parte della vita che gli resta.

Thaçi — capo politico dell’Uçk, la guerriglia albanese-kosovara, poi primo ministro dal 2008 al 2014 e presidente dal 2016 al 2020 — risponde di persecuzione, omicidio, tortura e sparizioni forzate di albanesi e serbi durante e subito dopo la rivolta del 1998-99. Con lui alla sbarra tre ex comandanti: Kadri Veseli, Rexhep Selimi e Jakup Krasniqi, già presidente del Parlamento di Pristina. Secondo l’accusa, riferisce Reuters, oltre 100 oppositori politici e presunti collaboratori delle forze serbe furono uccisi in una violenta presa del potere della guerriglia. La procura chiede 45 anni per ciascuno.

Perché un tribunale che applica il diritto kosovaro siede in Olanda? Perché in Kosovo nessun testimone avrebbe parlato: molti hanno deposto a porte chiuse per il rischio di intimidazioni, e proprio questa segretezza ha alimentato in patria la sfiducia verso una corte già profondamente impopolare, composta da giudici e avvocati internazionali. Il processo si è aperto nell’aprile 2023, con 156 vittime ammesse a parteciparvi; le arringhe finali si sono chiuse a febbraio. I difensori hanno chiesto l’assoluzione: le accuse, sostengono i legali di Thaçi, sono un tentativo di «riscrivere la storia», senza prove che lo leghino direttamente ai crimini o dimostrino che controllasse gli altri comandanti.

La piazza di Pristina

In diverse città del Kosovo, intanto, maxischermi scandiscono il conto alla rovescia verso la sentenza. Sabato migliaia di persone hanno sfilato a Pristina per chiedere la liberazione dei quattro. «Per noi Hashim Thaçi è un eroe del Kosovo, un combattente per la libertà. Deve tornare in Kosovo», ha detto a Reuters un manifestante, Mentor Plakaj. Cortei di albanesi e reduci sono attesi anche all’Aja, dove corte e polizia olandese hanno predisposto misure speciali di sicurezza.

La posta, però, va oltre la libertà di un uomo: in gioco è la collocazione del Kosovo, in bilico tra l’Occidente e l’isolamento. Un’assoluzione — spiega Agon Maliqi, analista dell’Atlantic Council, il centro studi atlantista di Washington — sposterebbe gli equilibri verso il partito d’opposizione filo-occidentale fondato da Thaçi; una condanna allontanerebbe ancora di più il Paese da un Occidente con cui i rapporti si sono già raffreddati sotto il premier Albin Kurti. «Il verdetto è un evento tettonico», dice Maliqi, e avrà «un impatto immediato sulle relazioni interetniche già tese».

C’è un dettaglio che raffredda gli entusiasmi della piazza: nemmeno un’assoluzione riporterebbe subito Thaçi a casa. In un procedimento separato, per intimidazione di testimoni, la procura ha chiesto per lui altri sei anni. Lui nega tutto, e in agosto ha detto di attendersi il proscioglimento dal tribunale che un giorno appoggiò e che oggi definisce una «ingiustizia storica».

Il verdetto cade in una regione che non ha mai fatto pace con la propria memoria. La settimana scorsa Belgrado ha celebrato funerali pubblici per il generale serbo-bosniaco Ratko Mladic, morto mentre scontava l’ergastolo per genocidio. A quasi trent’anni dalla fine delle guerre jugoslave, i Balcani continuano a processarle — e a dividersi su chi fu il carnefice e chi l’eroe.