KABUL — Al Qaeda è tornata a casa. Nei tre anni trascorsi dal ritorno dei talebani al potere — il 15 agosto 2021, con la caduta di Kabul — l’organizzazione fondata da Osama bin Laden e le sue diramazioni hanno allestito almeno otto siti di addestramento sul territorio afghano. Lo documenta un’inchiesta del Washington Post, uscita mentre il mondo ricordava il venticinquesimo anniversario dell’11 settembre.

Otto campi non sono un esercito, e nessuno sostiene che un attacco sia imminente. La chiave dell’inchiesta è un’altra, ed è più inquietante di qualsiasi allarme: la ricostruzione lenta, paziente, quasi silenziosa di una rete che si credeva decapitata, proprio nel Paese da cui partì l’attacco alle Torri Gemelle. Non un ritorno in forze. Un radicamento.

Il calendario dà al dato tutto il suo peso. Venerdì gli Stati Uniti hanno commemorato il quarto di secolo dagli attentati del 2001: la guerra più lunga della storia americana nacque quel giorno, con l’obiettivo dichiarato di negare per sempre ad al Qaeda un santuario afghano. Venticinque anni dopo, il santuario è di nuovo lì. Come si è arrivati a questo punto? Per capire bisogna tornare a Doha.

Nel febbraio 2020, nella capitale del Qatar, l’amministrazione Trump firmò con i talebani l’accordo che aprì la strada al ritiro americano. Il patto reggeva su un impegno preciso: l’Afghanistan non avrebbe più ospitato gruppi ostili agli Stati Uniti e ai loro alleati. Diciotto mesi dopo, gli ultimi soldati americani lasciavano l’aeroporto di Kabul e l’Emirato islamico riprendeva il potere perso nel 2001.

Il precedente Zawahiri

Che quell’impegno valesse poco lo si era già capito nel luglio 2022, quando un drone americano uccise Ayman al Zawahiri, il successore di bin Laden alla guida di al Qaeda, sul balcone di una casa nel centro di Kabul — un quartiere residenziale frequentato dai dirigenti del nuovo regime. Il capo dell’organizzazione più ricercata del mondo non si nascondeva in una grotta: viveva nella capitale, ospite di fatto dell’Emirato. Gli otto campi censiti oggi sono la conseguenza logica di quel precedente.

I talebani hanno sempre negato, sistematicamente, che al Qaeda operi sul loro territorio. Ma la smentita, per Kabul, è una moneta: è il prezzo della legittimazione internazionale che il regime insegue da cinque anni, tra riconoscimenti diplomatici mai arrivati e fondi congelati all’estero. Ammettere la presenza dei campi significherebbe rinunciare a entrambi.

Resta il limite che l’inchiesta stessa non può superare. Dal ritiro dell’agosto 2021 Washington sorveglia l’Afghanistan «da oltre l’orizzonte», come dice il gergo del Pentagono: satelliti e intercettazioni, nessun occhio sul terreno. I campi dicono dove al Qaeda si addestra. Non dicono — e oggi nessuno sa dirlo — se e quando la rete sarà di nuovo capace di colpire oltre i confini afghani. Venticinque anni dopo, la domanda dell’11 settembre è ancora aperta.