DUBLINO — Le transenne della polizia chiudono da ore i 700 ettari del Phoenix Park, il grande parco di Dublino dove sorge Farmleigh House, la foresteria di Stato irlandese. È lì che Donald Trump, arrivato questa mattina nella capitale dopo il volo notturno dagli Stati Uniti, incontra il primo ministro Micheál Martin; prima, il saluto alla presidente Catherine Connolly nella residenza presidenziale, poi una tappa a Deerfield, la casa dell’ambasciatore americano, per un discorso a imprenditori dei due Paesi.

Ma la parte istituzionale — riferisce l’Associated Press — si esaurisce in giornata. Il baricentro del weekend è a 280 chilometri di distanza, sulla costa atlantica della contea di Clare: il Trump International Golf Links di Doonbeg, il resort che Trump comprò nel 2014, ospita fino a domenica l’Irish Open, e il presidente potrebbe consegnare di persona il trofeo al vincitore. Arriva dalla commemorazione del venticinquesimo anniversario dell’11 settembre, e da settimane di pressioni per la guerra in Iran e per il malumore degli elettori americani sulle sue ricadute economiche.

La Dublino ufficiale stende il tappeto rosso, quella delle strade molto meno. Sabato manifestano i partiti di opposizione di sinistra, i gruppi antimilitaristi, le organizzazioni pro-Palestina e gli ambientalisti, con lo slogan «nessun benvenuto per Trump»; altri presidi sono attesi all’aeroporto di Shannon e nella stessa Doonbeg. «Trump non visiterà la capitale senza l’opposizione dei dublinesi comuni», ha avvertito l’eurodeputato laburista Aodhán Ó Ríordáin. Un tassista della città, Christopher Fox, è più diretto: «Sta seminando il caos qui perché vuole andare a Doonbeg a giocare a golf. Il mondo è nel caos, e questo qui gioca a golf».

C’è anche un dossier tutto irlandese dietro i cortei: la neutralità. I pacifisti contestano il piano del governo di abolire il «triple lock», il triplo vincolo per cui i militari irlandesi non possono essere schierati all’estero senza, tra l’altro, una richiesta dell’Onu — un meccanismo che, sostiene l’esecutivo, regala di fatto un veto a Russia, Cina e Stati Uniti. La stessa Connolly, eletta l’anno scorso a un ruolo cerimoniale ma con voce ascoltata, è stata una critica durissima di Trump; in campagna elettorale disse però che lo avrebbe ricevuto, se necessario.

La partita di Doonbeg

Perché allora il governo insiste con gli onori? Perché il legame con l’America non è negoziabile: 30 milioni di americani rivendicano origini irlandesi, oltre un milione visita l’isola ogni anno, e in agenda con Martin ci sono il commercio e i dossier internazionali. «La relazione con l’America è in acque tranquille, ed è un bene: non tutti i Paesi del mondo possono dirlo», osserva Daniel Mulhall, ex ambasciatore irlandese a Washington. Fu proprio Martin, a marzo, durante la visita di San Patrizio alla Casa Bianca, a invitare Trump all’Irish Open.

Un invito che rende la visita anche un affare di famiglia. È il secondo torneo del circuito europeo ospitato quest’anno su una proprietà Trump, dopo quello di agosto ad Aberdeen, in Scozia; nel 2025 il presidente passò cinque giorni tra Turnberry e Balmedie, mescolando green e colloqui col premier britannico e la presidente della Commissione europea. La sovrapposizione tra doveri pubblici e interessi privati, ormai, è il metodo — non l’eccezione.

A Doonbeg, villaggio che attende fino a 20.000 spettatori, la consigliera locale Rita McInerney ammette che il rapporto col proprietario è «un bilancio in chiaroscuro»: il paese è stato «denigrato» da una parte d’Irlanda per quel legame, ma il resort resta un datore di lavoro decisivo. E i turisti americani continuano ad arrivare, dice, per una ragione semplice: «Amano il golf più di quanto odino Trump».