LONDRA — «È l’intelligenza artificiale che sta togliendo il lavoro ai giovani programmatori?». La domanda circola da mesi nelle università e nelle aziende tecnologiche britanniche, ma finora mancavano i numeri. Sabato sono arrivati, con le elaborazioni pubblicate dal Guardian per la sua guida universitaria 2027: e la risposta, per quanto prudente, comincia a prendere forma.

I dati dicono che programmazione e sviluppo software sono state le occupazioni in più rapido calo per i laureati britannici nell’ultimo anno. La quota di laureati in informatica che trova un impiego professionale come programmatore o sviluppatore è scesa da circa il 40 al 28 per cento in dodici mesi; quella che entra in una qualsiasi occupazione di livello laureato è calata dal 60 per cento di due anni fa al 50. La base statistica è solida: l’indagine, condotta dalla Higher Education Statistics Agency — l’equivalente britannico dell’anagrafe degli sbocchi universitari —, ha raccolto le risposte di oltre 350.000 ex studenti a quindici mesi dalla fine dei corsi nel 2024.

Coincidenza o causa? Il curatore delle cifre, Matt Hiely-Rayner, direttore della società di consulenza Intelligent Metrix, non ha molti dubbi: «Con l’intelligenza artificiale che fornisce in questo campo lavoro di manovalanza così reattivo ed economico, è difficile non concludere che sia questo a stare dietro alla tendenza».

Chi paga il conto? I più giovani, spiega Charlie Ball, responsabile dell’analisi del mercato del lavoro di Jisc, l’agenzia britannica per i dati nell’istruzione: «I laureati ne subiscono la parte più dura perché sono il gruppo più numeroso di nuovi assunti. Non è crollato tutto, ci sono ancora posti, ma i lavori di pura programmazione sembrano essere stati particolarmente scarsi nel 2025». Anche lui, pur «riluttante» ad accusare l’intelligenza artificiale «perché ci sono poche prove», ammette che «è molto difficile sfuggire alla conclusione che abbia avuto un ruolo».

Anche economisti e consulenti

Il fenomeno non riguarda solo il codice. È scesa anche la domanda di laureati nei ruoli ben pagati dell’area finanziaria — economisti, consulenti di direzione —, gli sbocchi d’oro delle facoltà economiche. Qui però il quadro è più sfumato: «La maggior parte dei datori di lavoro dice che non sta sostituendo posti con l’intelligenza artificiale, li sta cambiando», osserva Ball. Alcuni «hanno propensione al rischio, adottano gli strumenti e licenziano», sperando in un vantaggio competitivo. Ma «può non durare, perché tutti stanno sperimentando in questo momento». La partita vera, insomma, non è quanti posti spariscono, ma chi arriva prima a capire come usare le macchine.

E le università che cosa rispondono? Alcune corrono ai ripari. L’Università di Birmingham — che nelle tabelle 2027 sale al suo miglior piazzamento di sempre, quattordicesima assoluta — integra nei corsi le competenze richieste dalle aziende e offre agli studenti un anno aggiuntivo in materie come intelligenza artificiale e data science, senza i prerequisiti normalmente necessari. «Attrezziamo le persone per il mondo che stanno diventando», dice il rettore Adam Tickell. «I nostri giovani devono capire come usare queste cose in modo corretto».

Intanto i laureati si adattano da soli: Ball segnala una migrazione verso ruoli affini come cybersicurezza e ingegneria delle reti, dove le macchine per ora non bastano. La conseguenza più amara sta però nel paradosso che i dati fotografano: chi ha scelto di studiare proprio le tecnologie del futuro rischia di essere il primo a esserne spiazzato. In cima alla classifica del Guardian restano Oxford, Cambridge e la London School of Economics. Ma nemmeno una laurea d’élite, ormai, garantisce il primo contratto da programmatore.