CITTÀ DEL GUATEMALA — Carcasse di bestiame lungo i sentieri, campi di mais color paglia, pozzi che restituiscono fango. Nelle valli del corridoio secco centroamericano la stagione delle piogge è passata quasi senza piogge, e i contadini hanno smesso di aspettare: molti hanno già tagliato le piante rinsecchite per darle, come foraggio, agli animali sopravvissuti.
La siccità alimentata da El Niño ha devastato i raccolti di mais e fagioli in Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua, e fino a 16 milioni di persone in America Latina rischiano carenze alimentari, riferisce Reuters. Il quadro globale è ancora più cupo: il Programma alimentare mondiale, l’agenzia Onu contro la fame, calcola che il fenomeno climatico in rafforzamento spingerà 49 milioni di persone in più nella fame acuta entro la fine del 2027, portando il totale nei 45 Paesi analizzati da 225 a 274 milioni — un balzo del 22 per cento.
I numeri nazionali danno la misura del disastro. Il bollettino agricolo del Centro comune di ricerca della Commissione europea, pubblicato il 3 settembre, registra emergenze nazionali dichiarate in Honduras e in El Salvador. E proprio in El Salvador l’associazione dei piccoli e medi produttori agricoli stima a rischio 6,9 milioni di quintali di mais, fagioli e sorgo: il cento per cento di quanto seminato tra agosto e settembre. Non un raccolto dimezzato. Un raccolto azzerato.
Un guatemalteco su sei
In Guatemala le analisi sulla sicurezza alimentare che orientano gli aiuti internazionali prevedono per i primi mesi del 2026 circa 3 milioni di persone in condizione di crisi o peggio: il 16 per cento della popolazione esaminata, un guatemalteco su sei. Le famiglie più esposte sono quelle dell’Altiplano, dell’Alta Verapaz e, ancora una volta, del corridoio secco.
Perché sempre qui? Il corridoio — una fascia arida che attraversa Guatemala, Honduras, El Salvador, Nicaragua e parte del Costa Rica, battezzata così nel 2009 — ospita oltre 10 milioni di persone, in gran parte piccoli coltivatori di granaglie che dipendono da due brevi stagioni agricole. Quando El Niño scalda il Pacifico, le piogge saltano e i raccolti con loro: nella crisi del 2014-2016 le famiglie più vulnerabili persero fino a tre quarti dei cereali di base, e 3,5 milioni di persone finirono a dipendere dagli aiuti umanitari.
Il Programma alimentare mondiale prova stavolta a giocare d’anticipo. Da maggio sono attivi piani di azione preventiva in sei Paesi, tra cui El Salvador e Guatemala: oltre 14 milioni di dollari per preparare circa 500.000 persone con assicurazioni contro le catastrofi, credito e pagamenti digitali. Il calcolo dell’agenzia è semplice: un dollaro speso in prevenzione ne fa risparmiare da tre a sette in emergenza. Il precedente che tutti temono è l’El Niño del 2015-2016, che colpì la sicurezza alimentare di 60-100 milioni di persone nel mondo.
Ma la partita che si gioca nel corridoio secco non è solo alimentare. Da queste stesse valli riarse, dopo le siccità del decennio scorso, partirono le grandi ondate migratorie verso gli Stati Uniti: la fame di oggi è il flusso alla frontiera di domani, e a Washington lo sanno bene. L’Organizzazione internazionale del lavoro, in un rapporto dedicato al biennio 2026-2027, avverte che i più esposti sono i lavoratori informali, rurali e all’aperto, e definisce l’evento «un test della resilienza istituzionale dell’America Latina».
Intanto, nei villaggi, il calendario agricolo detta l’ultima speranza: la postrera, la seconda semina dell’anno. Se salta anche quella, fino al prossimo raccolto resteranno soltanto i sacchi degli aiuti.



