MINSK — Il canale è sempre lo stesso, e ormai ha una sua routine. Da più di un anno fra la Casa Bianca di Donald Trump e il palazzo di Aleksandr Lukashenko — l’uomo che governa la Bielorussia dal 1994 — corre una trattativa a rate: prigionieri politici in cambio di sanzioni. Al tavolo siedono pochissime persone, e il mediatore è uno solo, l’inviato speciale americano per la Bielorussia, che a Minsk è ormai di casa.

Il terzo scambio è arrivato oggi. Le autorità bielorusse hanno accettato di scarcerare 25 detenuti; in cambio Washington revocherà le sanzioni a carico di alcune società del paese. Lo ha annunciato lo stesso inviato, riferisce ABC News. Un baratto secco, senza cerimonie.

Lo schema è collaudato. Nel giugno del 2025 l’inviato americano volò a Minsk, incontrò Lukashenko e poche ore dopo uscì dal carcere Siarhei Tsikhanouski, il blogger candidato alle presidenziali del 2020 e marito di Sviatlana Tsikhanouskaya, la leader dell’opposizione in esilio, subito espulso verso la Lituania. A settembre seguì una seconda tranche, più ampia, accompagnata dall’allentamento delle misure sulla compagnia aerea di Stato Belavia. Ogni volta la stessa liturgia: nomi contro cavilli delle liste nere del Tesoro americano, la versione a stelle e strisce delle nostre sanzioni finanziarie.

Il premio si chiama Belaruskali

Perché Lukashenko svuota le celle col contagocce, 25 alla volta? Perché ogni tranche è la rata di un pagamento più grande. Il vero obiettivo di Minsk è togliere dalle liste nere Belaruskali, il colosso statale della potassa colpito dalle sanzioni occidentali dopo la repressione del 2020-2021: è la prima voce d’esportazione del paese, e da anni soffoca sotto il blocco dei mercati e dei porti. Le aziende «minori» liberate oggi sono l’antipasto; la potassa è il piatto forte, e Lukashenko lo serve a rate per non restare mai senza merce di scambio.

Il conto, del resto, glielo consente. Viasna, il centro per i diritti umani fondato dal Nobel per la pace Ales Bialiatski, conta ancora oltre un migliaio di prigionieri politici nelle carceri bielorusse, arrestati nell’ondata repressiva seguita alle contestate presidenziali dell’agosto 2020. Venticinque nomi sono poco più di un acconto. Ed è qui il dilemma dell’opposizione in esilio, che a ogni scarcerazione festeggia le famiglie riunite ma denuncia il meccanismo: più persone Lukashenko arresta, più ne può vendere.

Anche Washington ha il suo calcolo, e non è umanitario. Per Trump ogni liberazione è un successo da esibire a costo quasi zero; sullo sfondo c’è l’ambizione di allentare il legame fra Minsk e Mosca, il più stretto d’Europa — fu dal territorio bielorusso che nel febbraio 2022 le colonne russe mossero su Kiev. Nessuno alla Casa Bianca si illude di strappare Lukashenko a Vladimir Putin. Ma ogni sanzione revocata è un filo in meno che lo lega al Cremlino, e per l’autocrate di Minsk ogni detenuto è diventato una moneta: il canale resterà aperto finché le celle saranno piene.