Israele. Weinstein, ‘sussiste il rischio della “religionizzazione” della politica’

di Mohamed Ben Abdallah

Un articolo pubblicato sul quotidiano israeliano Haaretz, firmato dallo storico Roni Weinstein, ha acceso un dibattito significativo negli ambienti intellettuali e mediatici, proponendo un confronto tra lo sciismo politico e alcune trasformazioni in atto nella società israeliana. Sebbene il testo si presenti come una riflessione storico-culturale, esso apre a una critica più profonda dell’immagine di Israele come Stato moderno contrapposto a quelle che vengono spesso definite “forze religiose reazionarie” nella regione.
Weinstein parte dall’idea che esistano somiglianze strutturali tra lo sciismo e l’ebraismo ortodosso, non solo sul piano religioso, ma anche nelle costruzioni simboliche e nelle modalità di legittimazione del potere. Tra queste, emerge il tema della legittimità fondata sulla discendenza: nello sciismo, la centralità della linea dell’Imam Ali rappresenta una continuità religiosa e storica, mentre in alcune correnti ebraiche più radicali si ritrovano concezioni legate al “popolo eletto”, talvolta interpretate in chiave etnica o quasi biologica.
Il confronto si estende anche alla dimensione escatologica. La figura dell’Imam occulto nello sciismo, atteso come salvatore, trova un parallelo nella tradizione ebraica del Messia redentore. Questi elementi non implicano una coincidenza dottrinale, ma rivelano strutture di pensiero affini nel modo di concepire la storia, l’autorità e la redenzione.
L’importanza di queste analogie diventa ancora più evidente quando vengono proiettate sul piano politico. Israele, che si definisce ufficialmente come “Stato ebraico”, mostra infatti un crescente intreccio tra religione e politica. Il discorso pubblico, in particolare tra le forze di destra al governo, ricorre frequentemente a riferimenti biblici per giustificare scelte politiche e strategiche. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha più volte utilizzato narrazioni e simboli religiosi nei suoi interventi, mentre figure come Itamar Ben Gvir rappresentano una componente sempre più influente di un orientamento politico esplicitamente ideologico e religioso.
In questo contesto, l’ascesa di esponenti religiosi radicali e il loro peso nelle decisioni governative sollevano interrogativi sulla natura stessa dello Stato israeliano e sui limiti della separazione tra religione e politica.
Queste dinamiche assumono un significato particolare alla luce della guerra in corso nella regione. Una parte rilevante del discorso occidentale tende a descrivere il conflitto come uno scontro tra un “mondo libero e moderno”, incarnato da Israele, e forze religiose considerate estremiste, come l’Iran e i suoi alleati. Tuttavia, le riflessioni emerse nell’articolo di Haaretz, insieme alla realtà politica israeliana, contribuiscono a mettere in discussione questa narrazione semplificata.
Quando il linguaggio religioso entra a far parte della giustificazione delle politiche, anche in contesto bellico, e quando i riferimenti biblici diventano strumenti di legittimazione del conflitto, l’idea di una guerra tra modernità e “arretratezza” appare riduttiva. Piuttosto, il conflitto sembra configurarsi, almeno in parte, come uno scontro tra diversi modelli di relazione tra religione e politica.
Da qui emerge la principale contraddizione evidenziata implicitamente dal testo di Weinstein: come può uno Stato che rivendica una forte identità religiosa presentarsi al contempo come baluardo della modernità contro sistemi politici fondati sulla religione? Questa ambivalenza apre lo spazio a critiche crescenti, sia all’interno di Israele che a livello internazionale.
Ciò non significa che i modelli siano sovrapponibili. Le differenze tra il sistema politico israeliano e quello iraniano restano sostanziali, soprattutto sul piano istituzionale. Tuttavia, il punto sollevato riguarda le tendenze e le trasformazioni in atto: Israele sta andando verso una crescente “religionizzazione” della politica?
Dal punto di vista mediatico, questo dibattito riflette uno scontro tra narrazioni. Da un lato, una rappresentazione occidentale che semplifica il conflitto in categorie binarie; dall’altro, una lettura critica che ne evidenzia la complessità e le contraddizioni interne.
In definitiva, la questione sollevata va oltre il caso israeliano o lo sciismo. Essa riguarda il futuro stesso dello Stato nel Medio Oriente: un modello civile e separato dalla religione è ancora sostenibile, o si sta assistendo a un ritorno della religione come attore politico centrale?
Ciò che emerge è che i confini tra “religioso” e “politico” nella regione sono molto più porosi di quanto spesso si voglia ammettere, e che le narrazioni di modernità possono talvolta nascondere dinamiche non così diverse da quelle che pretendono di contrastare.