STOCCOLMA — Joyce Thomas ha 78 anni, è vedova, vive in Svezia da anni e doveva fare le valigie entro il 9 settembre. Nessun precedente penale, nessun sussidio chiesto allo Stato. «Non prendo nulla da questo Paese», ha detto al Guardian, «sono autosufficiente, metto soldi in questo Paese». All’ultimo momento il suo avvocato ha ottenuto una sospensione in attesa del ricorso. Ma la minaccia di espulsione resta lì, solo congelata.
Il suo non è un caso isolato. Tra il 2021 e il 2025, secondo i dati della Commissione europea ripresi dal settimanale britannico The Week, 2.490 cittadini del Regno Unito hanno ricevuto dalla Svezia l’ordine di lasciare il Paese: quasi un terzo degli oltre 7.500 provvedimenti emessi nello stesso periodo da tutti i 27 Stati dell’Unione messi insieme. Il Migrationsverket, l’agenzia governativa svedese per la migrazione, conferma che 458 britannici sono stati allontanati con la forza dalla Brexit a oggi.
Il meccanismo cova dal 2020. Con l’uscita dall’Unione europea i britannici hanno cessato di essere cittadini comunitari e hanno perso il diritto automatico di residenza; l’accordo di recesso concedeva un periodo transitorio per chiedere il nuovo status — l’uppehållsstatus, il permesso di soggiorno post-Brexit — scaduto il 31 dicembre 2021. Entro il 2024 le domande presentate in Svezia erano 14.233. Poco meno di 4.000 sono state respinte: un tasso di rifiuto tre volte superiore a quello di qualsiasi altro Stato dell’Unione, dove la media oscilla tra il 3 e il 4 per cento, secondo il ministero degli Esteri britannico.
Dietro i numeri ci sono storie che il Guardian definisce «inquietanti». Persone intimate di andarsene dopo oltre 25 anni di residenza, anziani con demenza, domande bocciate per un documento mancante anche quando la scadenza era stata rispettata. Un uomo di 34 anni, arrivato in Svezia quando ne aveva 10, è stato espulso e separato dalla moglie, che vive a Göteborg: la Brexit, dice lei, ha «distrutto le famiglie».
La linea di Kristersson
Il governo di centrodestra del premier Ulf Kristersson ha fatto della stretta migratoria una bandiera, e il ministro della Migrazione Johan Forssell difende la linea senza esitazioni. La partita, in fondo, è questa: una politica pensata per scoraggiare altri flussi ha finito per travolgere anche i pensionati britannici in riva al Baltico. Il Migrationsverket sostiene che le regole sono state applicate correttamente e che tutti i richiedenti hanno avuto accesso ai ricorsi.
Ma un rifiuto equivale a un’espulsione? Non automaticamente, risponde l’esperta legale dell’agenzia, Susanna Fonsell: secondo le statistiche interne, ai quasi 4.000 dinieghi sono seguite decisioni di allontanamento in circa 400 casi. Gli altri hanno trovato strade alternative — un permesso di lavoro, un ricongiungimento — o vivono nel limbo.
Il primato svedese, del resto, non è una novità. Già nel biennio 2021-2022, secondo Eurostat, Stoccolma aveva emesso da sola circa la metà di tutti i provvedimenti di allontanamento verso cittadini britannici nell’area Schengen. L’associazione British in Sweden, che assiste i connazionali rimasti intrappolati nelle maglie della burocrazia, indica da anni la stessa falla: la campagna informativa con cui la Svezia avrebbe dovuto avvertire i residenti britannici della scadenza non ha mai davvero funzionato. Migliaia di persone hanno scoperto che l’orologio correva solo quando era già scaduto.


