CANBERRA — Il Parlamento australiano riapre per l’ultima settimana di sedute prima di un mese di pausa, e nei corridoi di Parliament House non si parla d’altro che di un video circolato sui social. Lo ha registrato Pauline Hanson, la senatrice che da trent’anni incarna la destra populista australiana: «Ai due grandi partiti non importa niente dell’impatto che la migrazione di massa ha avuto sul tenore di vita quotidiano degli australiani», dice guardando in camera. E ancora: «Una torta economica più grande non significa nulla se la fetta dei singoli australiani continua a rimpicciolirsi».
Il suo partito, One Nation, ha scelto proprio il giorno della ripresa dei lavori per presentare il piano migratorio più drastico mai messo sul tavolo a Canberra: 750.000 visti temporanei cancellati in tre anni, migrazione netta portata sotto zero per dare agli australiani «spazio per respirare», poi un tetto di 130.000 ingressi netti l’anno. Il piano, riferisce il Guardian, punta secondo Hanson a «ripristinare il controllo e garantire che la migrazione serva l’Australia».
I numeri, dettagliati da ABC, l’emittente pubblica australiana, sono netti. Gli studenti internazionali scenderebbero da 590.000 a 350.000, con poco più di 100.000 nuovi visti di studio l’anno, un terzo degli attuali. I visti per i laureati stranieri che restano a lavorare crollerebbero da 270.000 a 40.000. Azzerati quelli per i familiari di studenti e lavoratori qualificati. Chi resta oltre la scadenza del visto verrebbe bandito a vita, e sparirebbe il gratuito patrocinio per i ricorsi. In cambio, una nuova corsia per gli studenti «di alto valore», sul modello dei «visti per geni» di Donald Trump, e nessun tetto per i lavoratori qualificati sponsorizzati dalle imprese.
«Numeri tirati fuori dal nulla»
Il governo laburista ha reagito nel giro di ore. «Questo devasterebbe letteralmente settori come l’edilizia, che dipendono in modo pesante dai lavoratori migranti, e travolgerebbe sanità, assistenza agli anziani e disabilità», ha detto ai cronisti il ministro della Salute Mark Butler. «Poche settimane fa Hanson ha detto che non le importava dell’impatto della sua politica migratoria sulle imprese, ma questo è un altro livello». Un altro esponente del governo, Murray Watt, ha parlato apertamente di probabile recessione.
Ma il fuoco più rivelatore arriva dall’opposizione liberale, che su questo terreno teme di essere scavalcata a destra. Il leader Angus Taylor si è detto «profondamente preoccupato» per le piccole imprese; la sua vice al Senato, Jane Hume, è andata più a fondo: «Questi numeri sono stati semplicemente tirati fuori dal nulla, non c’è alcun modello dietro. Se sbagli il programma migratorio, tutti gli australiani ne pagano il prezzo».
A difendere il piano ci ha pensato Barnaby Joyce, l’ex vicepremier dei Nationals passato alle file di Hanson. Alla domanda se il taglio porti alla recessione, ha risposto secco: «Torniamo ai livelli del 2017, e non mi pare che il 2017 sia stato un disastro per l’Australia».
Il piano diventerà legge? Difficile: One Nation non ha i numeri in aula. Ma il bersaglio non è la legge, sono i seggi. Il partito è in forte crescita nei sondaggi del 2026 e insidia i collegi di laburisti e liberali, mentre la migrazione netta — dal picco post-Covid di 556.000 nel 2022-23 — è già scesa a 301.000 nel 2025, contro un obiettivo governativo di 225.000.
Intanto, un dettaglio dice molto dell’imbarazzo del governo: il ministro degli Interni Tony Burke ha rinviato in agosto il discorso al National Press Club in cui era atteso l’annuncio dei suoi tagli. Il gabinetto, un mese dopo, sta ancora cercando la quadra.



