ISHINOMAKI — «Dopo una catastrofe come quella del marzo 2011 servirebbero più di 4.000 veicoli. Quello che abbiamo non è nemmeno lontanamente sufficiente». A parlare è Yoshizawa, fondatore della Japan Car Sharing Association, la non profit che dal 2011 presta auto gratuite a chi le ha perse in un disastro. La sede è a Ishinomaki, la città della prefettura di Miyagi dove lo tsunami di quindici anni fa distrusse circa 60.000 veicoli.
Oggi la sua creatura è al limite. A un mese dalle piogge torrenziali che hanno devastato la prefettura di Chiba, a est di Tokyo — 13 morti e oltre 10.000 veicoli danneggiati dall’acqua per l’allagamento delle strade —, all’associazione sono arrivate centinaia di domande, riferisce il Japan Times, ma la flotta conta appena 600 auto. I disastri, scrive il quotidiano, colpiscono ormai il Giappone «a un ritmo senza precedenti».
L’alluvione di metà agosto è arrivata nel pieno delle vacanze di Obon (il ferragosto giapponese): oltre 360 millimetri di pioggia in 24 ore, con 115 millimetri in una sola ora nella città di Chiba, un record locale. L’Agenzia meteorologica emise per la prima volta nella regione l’allerta di massimo livello, 230.000 persone furono invitate a mettersi al riparo, i militari della Forza di autodifesa evacuarono 4.000 passeggeri bloccati alla stazione di Soga e migliaia di viaggiatori rimasero a terra all’aeroporto di Narita. «Ho gestito molti disastri in passato, ma un caso come questo non l’avevo mai visto», disse ai giornalisti il governatore di Chiba, Toshihito Kumagai. Un mese dopo, il segno più visibile è proprio quello delle auto: in agosto circa 3.100 veicoli sono rimasti fermi o abbandonati per strada.
Perché proprio un’auto, e non una casa o un sussidio? Perché nel Giappone rurale, dove le corse di treni e autobus si riducono di anno in anno, il mezzo privato è spesso l’unica via per raggiungere il lavoro, l’ospedale, i negozi. Chi perde l’auto perde la vita quotidiana. E il conto è presto fatto: il clima distrugge veicoli più in fretta di quanto la solidarietà riesca a raccoglierne.
La flotta nata dallo tsunami
L’idea venne a Yoshizawa nel 2011, vedendo gli sfollati di Ishinomaki confinati negli alloggi temporanei, isolati e senza trasporto pubblico: raccogliere auto donate — da case automobilistiche, aziende, privati — e prestarle gratis. Da allora, ha raccontato l’agenzia Kyodo in un servizio per i quindici anni dallo tsunami, l’associazione ha distribuito oltre 2.300 veicoli e ricevuto più di 10.000 richieste in 35 disastri. Ma la forbice si allarga: dopo le piogge e le frane nel Kyushu del 2025 arrivarono oltre 2.500 domande, e solo il 30 per cento circa fu soddisfatto.
Hisayo Aizawa, 69 anni, di Ishinomaki, nello tsunami perse la casa, il negozio di famiglia e quattro auto. «Tantissime persone faticavano a spostarsi da un posto all’altro», ricorda. Con l’auto avuta in prestito accompagnava i vicini anziani in ospedale e al supermercato; poi è entrata nello staff dell’associazione.
Per allargare la flotta, Yoshizawa punta su due strade: convincere i guidatori anziani a donare l’auto quando restituiscono la patente, e affidare i mezzi ai Comuni in tempo di pace, con l’impegno a renderli in caso di calamità. «Ogni veicolo ha la sua storia», dice. «Amplieremo il programma per aiutare le vittime dei disastri».




