COTABATO — Il primo parlamento della loro storia. Da questa mattina quasi 2,4 milioni di elettori della regione autonoma del Bangsamoro, nel sud musulmano delle Filippine, scelgono gli 80 deputati dell’assemblea regionale: 40 eletti con le liste di partito, 32 nei collegi territoriali, 8 in rappresentanza delle categorie sociali. I seggi chiudono alle 19 locali (le 13 in Italia). È il traguardo che l’accordo di pace del 2014 prometteva da anni, e che i rinvii avevano continuato a spostare in avanti.
Ma il debutto è arrivato macchiato di sangue. Domenica sera a Cotabato City, la principale città della regione, una sparatoria ha ucciso tre persone e ne ha ferite quindici; in episodi separati un ordigno artigianale è esploso ferendo l’uomo che lo trasportava e un colpo d’arma da fuoco non ha causato vittime. George Garcia, presidente della commissione elettorale filippina — la Comelec, l’arbitro nazionale del voto —, ha annunciato lunedì che la città è stata posta sotto il controllo diretto della commissione, riferisce Al Jazeera insieme all’Associated Press.
Non è l’unico allarme. A Maluso, cittadina dell’isola di Basilan, nell’estremo sud dell’arcipelago, gli ispettori hanno trovato schede già segnate in 36 dei 68 seggi: Garcia ha ordinato la ristampa immediata e il voto lì slitterà di qualche ora. Il presidente della Comelec ha promesso denunce per chi semina violenza o compra voti.
Gli organizzatori puntano a un’affluenza di almeno l’80 per cento, misura della fame di rappresentanza dopo anni di attesa. Perché non si vota direttamente il capo del governo regionale? Perché il sistema è parlamentare: sarà l’assemblea, nella sua prima seduta, a eleggere il capo ministro che guiderà l’esecutivo. Chi controlla i seggi controlla tutto.
L’accordo del 2014
Per capire il peso di questa giornata bisogna tornare indietro. Dagli anni Settanta il conflitto tra Manila e la ribellione musulmana di Mindanao ha causato circa 150.000 morti. La svolta arriva nel 2014, quando il Fronte Moro islamico di liberazione, la principale formazione ribelle, firma la pace: smobilitazione dei combattenti e rinuncia a uno Stato musulmano separato, in cambio di un’autonomia vera dentro un Paese a larga maggioranza cattolica. Nel 2019 nasce la regione autonoma e, al Palazzo presidenziale di Manila, i comandanti guerriglieri — tra loro Abdullah Macapaar — giurano nel governo di transizione che ha amministrato la regione fino a oggi. Il voto di questa giornata chiude quella parentesi.
«Queste elezioni poggiano su generazioni di lotta bangsamoro per la patria, l’identità e l’autodeterminazione, di fronte a espropriazione, emarginazione, conflitto e sacrificio», ha detto Garcia. Parole solenni per un territorio che è stato a lungo rifugio di gruppi estremisti e che solo negli ultimi anni ha visto la violenza calare davvero.
La partita vera, però, si gioca qui: se gli ex guerriglieri sapranno tenere in piedi con i voti l’autonomia conquistata con le armi. Le urne di oggi non sciolgono i nodi che la sparatoria di Cotabato e le schede di Basilan hanno rimesso in mostra: i clan armati, la compravendita dei consensi, i fucili mai del tutto consegnati. Domenica, sulla superstrada di Marantao, nella provincia di Lanao del Sur, erano i soldati a fermare le auto dirette ai seggi. La pace, nel Bangsamoro, si vota ancora sotto scorta.



