MADRID — Quando il tabellone dell’aula ha segnato 168 sì, dalle tribune del Congresso un gruppo di saharawi ha alzato le dita nel segno della vittoria. Sotto di loro, riferisce Associated Press, c’era Tesh Sidi, deputata di Sumar, la sinistra alleata dei socialisti al governo, e prima donna di origine saharawi mai entrata nel Parlamento spagnolo. Per lei il voto corregge «un’ingiustizia storica»: quella del suo popolo, abbandonato da Madrid mezzo secolo fa.
Il Congresso ha approvato giovedì un disegno di legge che apre una via speciale alla cittadinanza spagnola per i saharawi nati nel Sahara occidentale durante il dominio spagnolo: 168 voti a favore, 31 contrari, 145 astensioni. Tra i 70.000 e i 110.000 gli aventi diritto secondo le stime raccolte da Reuters, fino a quasi 200.000 contando i discendenti di primo grado, anch’essi inclusi nel testo. Il passaporto spagnolo porta con sé la cittadinanza dell’Unione europea. Manca ancora il passaggio al Senato.
Potranno fare domanda i nati nel territorio prima del 29 settembre 1977. Perché proprio quella data? È considerata la fine effettiva della decolonizzazione, dopo che la Spagna aveva formalmente lasciato il territorio nel 1976. La concessione avverrà con un certificato di naturalizzazione, senza i normali requisiti di residenza, e varrà anche per chi non vive in Spagna — compresi i profughi dei campi di Tindouf, nel deserto algerino, dove il Fronte Polisario, il movimento indipendentista saharawi, ha la sua base da cinquant’anni. Per i saharawi che risiedono legalmente in Spagna, il requisito di residenza scende da dieci a due anni.
Il voto fotografa gli schieramenti: a favore i socialisti del premier Pedro Sánchez e Sumar, astenuto il Partito popolare, principale forza d’opposizione, contraria l’estrema destra di Vox. Il precedente che tutti citano è la legge del 2015 sui sefarditi, che offrì la nazionalità ai discendenti degli ebrei espulsi dalla Spagna nel 1492: anche allora Madrid saldò un debito coloniale con un passaporto.
Il silenzio di Rabat
La vera incognita era il Marocco, che considera il Sahara occidentale parte del proprio territorio e che sulla questione ha già aperto crisi durissime con Madrid. Per ora niente condanne ufficiali: l’iniziativa ha diviso l’opinione pubblica marocchina, ma il governo tace, e i media del regno si sono limitati a citare un membro del Consiglio consultivo reale. Reuters osserva però che la mossa potrebbe tendere ulteriormente i rapporti tra i due Paesi.
La partita vera è tutta qui: lo stesso governo che nel 2022 sposò il piano marocchino di autonomia — definendolo la base «più seria, realistica e credibile» per chiudere il contenzioso — ora offre il passaporto ai figli della sua ex colonia, senza toccare di un millimetro quella posizione diplomatica. Un risarcimento morale che non costa nulla sul piano negoziale, ma che Rabat potrebbe leggere come un segnale. Sullo sfondo restano Ceuta e Melilla, le due città spagnole sulla costa africana che il Marocco rivendica e che Madrid considera non negoziabili.
Per Tesh Sidi e per i saharawi in tribuna, intanto, la legge deve ancora superare il Senato. E per decine di migliaia di potenziali nuovi cittadini spagnoli — ed europei — la vita resta quella di sempre: le tende e i muri di sabbia di Tindouf, in attesa di uno Stato che non c’è, con in tasca, forse, il passaporto di quello che se ne andò.


