SANTIAGO — Nel Cile di José Antonio Kast la memoria dell’11 settembre 1973 non è più affare di Stato. Nel 53° anniversario del golpe che rovesciò il presidente socialista Salvador Allende, per la prima volta dal ritorno alla democrazia nel 1990 nessuna cerimonia ufficiale ha ricordato le vittime della dittatura. E i pezzi della settimana — gli idranti contro un corteo, il fermo di un giornalista, 284 arresti in due giorni — compongono un quadro coerente: il ricordo è passato alla piazza, e la piazza viene contenuta con la forza.
Il fatto più pesante è proprio l’assenza. Kast, primo presidente di estrema destra dalla fine del regime, insediato a marzo e che l’agenzia France Presse definisce un apologeta di Augusto Pinochet, ha scelto di non commemorare nulla. La sua spiegazione è arrivata per sottrazione: «Non posso cancellare la storia, né posso chiedere ai nostri connazionali di accettare che la nostra storia ci condanni a non poter guardare al futuro della nazione».
Attorno a quel vuoto, gli episodi si sono susseguiti in fila rapida. L’11 settembre e alla vigilia la polizia antisommossa si è scontrata con i manifestanti nelle strade di Santiago: 284 i fermati, tra loro 31 minorenni e 16 stranieri. Il ministro della Sicurezza pubblica, Martín Arrau, ha rivendicato i numeri su X: «Ci sono stati 198 episodi di violenza, il 34% in meno rispetto al 2025, e 284 arresti, con un aumento dell’80%. Nessun civile ferito e nessun danno ai trasporti pubblici».
Cinque giorni prima, il 6 settembre, gli idranti avevano disperso il corteo diretto al Cimitero Generale di Santiago. In quella giornata i fermi erano stati 37, e tra loro — riferisce teleSUR, la televisione di Stato venezuelana — c’era anche il direttore di un’emittente comunitaria di un quartiere popolare della capitale, Canal 3 de La Victoria.
Il mausoleo di Allende
La commemorazione, orfana dello Stato, si è tenuta lo stesso. Al Cimitero Generale, davanti al mausoleo della famiglia Allende, sono arrivati Isabel Allende, figlia del presidente rovesciato ed ex senatrice, e Gabriel Boric, l’ex presidente di sinistra che Kast ha sostituito alla Moneda. Un passaggio di consegne alla rovescia: chi guidava il Paese un anno fa ora marcia tra i manifestanti.
Perché quei 284 fermi pesano tanto? Perché l’aumento dell’80% in un anno, esibito dal governo come un successo, misura il cambio di linea verso chi ricorda. La dittatura di Pinochet, dal 1973 al 1990, ha lasciato oltre 3.200 tra morti e desaparecidos e decine di migliaia di torturati e imprigionati; la Commissione Valech — l’organismo che in Cile ha svolto il lavoro della nostra Commissione stragi — ha documentato oltre 40.000 vittime di violazioni dei diritti umani.
Il disegno, a metterlo in una frase, è questo: lo Stato si ritira dalla memoria e avanza sull’ordine pubblico, nello stesso anniversario e nelle stesse strade. Ma il governo non intende fermarsi qui. «Resteremo fermi — ha avvertito il ministro Arrau — contrastando la violenza e proteggendo la pace e la sicurezza delle famiglie cilene». Il prossimo banco di prova è già fissato dal calendario: l’anniversario numero 54, il primo di una memoria interamente privata.
