di Guido Keller –
Al 47esimo giorno di guerra in Medio Oriente, il conflitto continua a muoversi su un doppio binario: da un lato i tentativi diplomatici, dall’altro l’intensificarsi delle tensioni militari e politiche. Il primo incontro a Washington tra Israele e Libano, mediato dagli Stati Uniti, non ha prodotto risultati concreti. Le delegazioni hanno ammesso che le posizioni restano distanti, pur confermando l’intenzione di aggiornarsi a breve. Nel frattempo, però, sul terreno non si registra alcuna de-escalation: Israele prosegue nei bombardamenti sul territorio libanese, mentre Hezbollah ha già chiarito che non si riterrà vincolato da eventuali accordi tra i governi.
A complicare ulteriormente lo scenario è l’attivismo internazionale degli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump ha rivendicato un ruolo centrale nella gestione dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico energetico globale. In un messaggio pubblicato sui social, ha affermato di aver ottenuto dalla Cina l’impegno a non fornire armi all’Iran, sottolineando al contempo la volontà di mantenere una posizione di forza: apertura al dialogo, ma con la capacità di ricorrere alla forza militare se necessario.
Dal lato opposto Teheran alza il tono delle minacce. Il generale Ali Abdollahi, figura chiave del comando centrale iraniano, ha dichiarato che l’Iran potrebbe bloccare la navigazione nel Golfo Persico, nel Mar d’Oman e nel Mar Rosso qualora le misure statunitensi a Hormuz compromettessero la sicurezza delle proprie navi. Un’eventualità che rischierebbe di avere ulteriori ripercussioni globali, soprattutto sul mercato energetico.
Nonostante la linea dura delle forze armate, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito una posizione ufficialmente più moderata: Teheran non cerca lo scontro, ma respinge qualsiasi pressione esterna che possa essere interpretata come un’imposizione. Un equilibrio delicato tra diplomazia e deterrenza militare.
Sul piano internazionale, la Cina si muove con cautela ma con ambizioni strategiche. Il presidente Xi Jinping, durante un incontro a Pechino con il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, ha sottolineato la necessità di costruire un ordine globale “più giusto ed equo”, evidenziando il valore delle relazioni tra Pechino e Mosca in un contesto sempre più instabile. Un messaggio che riflette il tentativo cinese di ritagliarsi un ruolo da protagonista nella gestione delle crisi globali.
A rendere il clima ancora più incandescente è la comunicazione sempre più aggressiva e ironica dell’Iran sui social. Attraverso i propri canali diplomatici, Teheran continua a colpire Washington e i suoi alleati con messaggi sarcastici, mescolando riferimenti culturali e provocazioni politiche. Un linguaggio che, pur non avendo effetti diretti sul campo, contribuisce ad alimentare la tensione internazionale.
E mentre su Fox News Trump è tornato ad attaccare Giorgia Meloni asserendo che gli Usa non hanno più lo stesso rapporto con l’Italia e Giorgia Meloni poiché “lei è stata negativa. Non abbiamo più lo stesso rapporto con chiunque si sia rifiutato di aiutarci con la situazione in Iran. L’Italia riceve molto petrolio attraverso lo stretto di Hormuz…”, l’ambasciata dell’Iran in Ghana ha scritto su X “Cara Italia, il tuo primo ministro ha appena difeso il papa e ha perso un alleato a Washington il ‘Commander in Grief’ (comandante del lutto), eppure l’uomo più ‘Powerfool’ (potentidiota) sulla Terra. Vorremmo candidarci per il posto vacante, Le nostre qualifiche: 7mila anni di civiltà, un amore condiviso per la poesia, l’architettura e il cibo che richiede più tempo per essere preparato rispetto alla durata dell’attenzione di Trump. L’unica cosa per cui l’Iran e l’Italia si sono scontrati, è su chi abbia inventato il gelato. Il faloodeh è arrivato per primo. Il gelato è arrivato (facendosi sentire) più forte. Siamo in una ‘guerra fredda’ su questo da 2mila anni”.
Infine, resta aperta la questione nucleare. Il ministero degli Esteri iraniano ha ribadito che il diritto all’arricchimento dell’uranio è “indiscutibile”, pur lasciando margini di trattativa sui livelli. Una posizione che conferma come il dossier nucleare resti uno dei nodi più delicati della crisi.
In un quadro già estremamente fragile, il rischio è che ogni nuova mossa, diplomatica o militare, possa innescare una reazione a catena. E mentre i negoziati faticano a decollare, il conflitto continua a espandere i suoi effetti ben oltre i confini della regione.












