Tra narrazione e informazione: il declino del giornalismo nell’era dell’intrattenimento

di Cesare Scotoni –

A partire dal 1992 vediamo i protagonisti dello scenario mediatico reiterare un unico schema: inseguire un approccio ideologico, sostenerlo creando paure e inventando nemici, per poi ridursi a ripetere con convinzione “parole d’ordine” facili da assimilare, ribadite anche in assenza di una reale ideologia o idea. Oggi questo meccanismo appare in modo così sfacciato perché le televisioni di Berlusconi, all’inizio degli anni ’90, cambiarono le regole del gioco, trasformando l’informazione televisiva in intrattenimento e i giornalisti in piazzisti di prodotti ben connotati. Un modello subito imitato anche dalla TV pubblica.
La recente e risibile vicenda Vespa Provenzano, in cui il giovane esponente del PD si è mostrato insofferente alle regole di un confronto pacato presentato come informazione imparziale, rappresenta forse un momento emblematico. In quel contesto, il giornalista, chiamato per funzione a offrire preliminarmente allo spettatore i fatti seguendo l’antica e sempre valida regola delle 5W del giornalismo, cioè Chi, Cosa, Quando, Dove e Perché, per condurre poi alla comprensione del Come, ha rivendicato la propria terzietà non rispetto ai fatti, ma alle opinioni espresse. Si è così arrivati a considerare notizia un evento che non lo è per sua natura, ma lo diventa semplicemente nel momento in cui viene rappresentato come tale.
Il giornalista finisce quindi per essere inteso come colui che assegna tempi televisivi ai partecipanti, trasformando qualsiasi contenuto in notizia indipendentemente dal suo reale valore informativo. Il problema è che, in questo modo, il giornalista smette di fare informazione. E una libera informazione è essenziale al buon funzionamento della democrazia.
Se guardiamo alle numerose narrazioni che hanno accompagnato lo scontro interno alla NATO dopo la primavera del 1999, ai tanti “stivali sul terreno” che i membri di quell’alleanza difensiva hanno posato, in varie forme e in più occasioni, in diversi scenari, dall’Europa all’Asia centrale, dall’Africa al Medio Oriente, per poi tornare ancora in Europa, senza spiegare al pubblico le divergenze di interessi geopolitici tra Washington e Londra dopo la caduta del Muro di Berlino o il persistente riproporsi dell’utopia di un asse tra Parigi, Berlino e Mosca, non si fa informazione. Se quello che è stato l’inizio di una guerra ibrida con la pandemia da Covid 19, definita quasi letale, priva inizialmente di cure note ma spesso trattata con antinfiammatori da banco, che ha colpito duramente l’economia e il welfare dell’Unione Europea, viene ridotto a uno scontro tra favorevoli e contrari su un vaccino, non si fa informazione. Se si finge di non sapere che, con l’azione in Crimea, Vladimir Putin mirava a indebolire la NATO e non un’Unione Europea che ha palesemente fallito molti dei suoi obiettivi, e se si ignora che oggi nessun Paese europeo è in grado di sostenere l’appartenenza a due distinte alleanze militari, si fa soltanto cattiva informazione.
Se un’Unione Europea a trazione franco tedesca dovesse portare alla disgregazione della NATO, di cui oltre vent’anni fa a Pratica di Mare l’Italia chiese una revisione organizzativa, Vladimir Putin avrebbe vinto su tutta la linea. Se nell’informazione non si torna a distinguere tra gli interessi dei singoli attori e quelli dell’Unione Europea o dell’Alleanza transatlantica, non si fa informazione, ma propaganda. Quella stessa propaganda che la Commissione Europea ha spesso finanziato per ottenere consenso rispetto a scelte che si rivelano nel tempo discutibili e di cui qualcuno prima o poi dovrà rendere conto. Altrimenti avrà vinto l’intrattenimento. E avrà perso la democrazia.