ISTANBUL — Gli agenti sono entrati in un bar gay, in un locale notturno che la comunità considerava uno spazio sicuro, perfino in un hammam maschile. Poi sono passati alle case: più di dieci attivisti prelevati all’alba, gli uffici delle associazioni perquisiti. Nel fine settimana la polizia turca ha condotto retate in almeno 15 province, con 47 persone fermate secondo il bilancio aggiornato domenica pomeriggio dalla BBC.

È la più vasta operazione mai condotta in Turchia contro la comunità Lgbt. Il ministro della Giustizia Akın Gürlek ha annunciato su X procedimenti contro «162 sospetti, nove associazioni e 13 società», in blitz congiunti di polizia e gendarmeria da Istanbul ad Ankara. Il nome della campagna è un programma: «La mia famiglia è al sicuro».

Le due procure principali hanno diviso il lavoro. Quella di Istanbul rivendica 26 fermi e il sequestro di droga, apparecchiature digitali, alcol di contrabbando e un’arma da fuoco. Quella di Ankara ne conta altri 21 nell’inchiesta su Kaos GL, la più antica organizzazione Lgbt del Paese: l’accusa principale è «oltraggio al pudore», per post online giudicati «osceni» e accessibili ai minori, e la procura ha chiesto lo scioglimento dell’associazione. Kaos GL parla di oltre 50 attivisti fermati, tra cui membri del consiglio direttivo e del collegio dei revisori.

Il «Decennio della Famiglia»

L’operazione non nasce dal nulla. Si inserisce nel «Decennio della Famiglia» proclamato dal presidente Recep Tayyip Erdoğan per «proteggere i bambini, l’istituto della famiglia e l’ordine pubblico», riferisce Reuters. Erdoğan ha più volte definito le persone Lgbt «pervertite», arrivando ad accusarle del calo della natalità. E la rete si allarga: tra gli obiettivi delle retate figurano anche associazioni di sostegno ai malati di Hiv.

Qui sta il cortocircuito. L’omosessualità in Turchia non è reato — non lo è mai stata nella storia repubblicana — eppure lo Stato la tratta come tale con altri strumenti: i cortei del Pride sono di fatto vietati dal 2015, la bandiera arcobaleno è al bando, il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è riconosciuto. Le retate del fine settimana portano questa logica al passo successivo: dove manca la legge, provvedono le procure, con accuse di oscenità e sequestri.

La preparazione era cominciata prima. Già sabato, su richiesta delle autorità, erano stati bloccati in Turchia gli account X di Kaos GL e di una quindicina di altre organizzazioni e attivisti, insieme ai loro siti. Le immagini dei blitz nei locali di Istanbul sono state diffuse dai media filogovernativi, con la regia tipica delle operazioni pensate per essere viste. Il messaggio, prima ancora che ai fermati, era destinato a chi resta: la vita associativa Lgbt nel Paese è diventata un rischio penale.

Alla fine, a fare da giudice tra i due quadri — la campagna per la «famiglia al sicuro» e la realtà delle retate — restano i numeri della stessa procura di Istanbul: un’arma da fuoco e qualche bottiglia di alcol di contrabbando sequestrate, a fronte di 162 indagati, nove associazioni sotto procedimento e la richiesta di sciogliere la più antica organizzazione Lgbt turca. La sproporzione dice da sola qual era il bersaglio.