VILNIUS — «Quanto tempo si compra con un fossato?». È la domanda attorno a cui la Lituania sta riorganizzando i suoi confini, e le telecamere di CBS News l’hanno appena mostrata al pubblico americano: trincee, ostacoli anticarro e blocchi di cemento lungo le frontiere con la Russia e la Bielorussia, difese pensate per rallentare un’avanzata corazzata. Il governo di Vilnius ha approvato in agosto un nuovo pacchetto di contromobilità: una striscia di ostacoli ingegneristici larga 20 metri lungo tutto il confine con la Bielorussia e con l’exclave russa di Kaliningrad entro la fine del 2028, allargata a 150 metri nelle aree chiave di difesa.

Non solo cemento. Il piano, illustrato dal viceministro della Difesa Tomas Mickelevičius, prevede il ripristino delle zone umide entro il 2030 — le paludi bonificate in epoca sovietica tornano acquitrini, impraticabili per i mezzi pesanti — e 50 siti di stoccaggio di barriere vicino alla frontiera. I militari stanno già attrezzando i ponti con alloggiamenti per esplosivi, ed entro fine anno una legge imporrà camere di brillamento in ogni ponte in progettazione o ristrutturazione. Il messaggio non è solo per Mosca: è la prova, davanti agli alleati Nato, che i Baltici la propria difesa la stanno pagando e scavando da soli.

Perché un Paese mina i propri ponti? Perché da lì passerebbero i carri. Le prime fortificazioni annunciate nel 2024 riguardavano il ponte sul fiume Neman a Panemunė, la porta verso Kaliningrad, sede del quartier generale della Flotta russa del Baltico. Nell’estate 2025 il ministero ha completato i «denti di drago» — le piramidi di cemento fermacarri — sul confine con l’exclave, e ha sbarrato i valichi inutilizzati con la Bielorussia.

Il corridoio di Suwalki

Perché tanta urgenza su una lingua di terra di 70 chilometri? Il corridoio di Suwalki, la stretta fascia che collega i Baltici alla Polonia, incastrata fra Kaliningrad e la Bielorussia, è il tallone d’Achille del fianco orientale della Nato: se cadesse, i tre Paesi baltici resterebbero isolati. Lì la Lituania sta concentrando sistemi anticarro e sorveglianza, riferisce l’Afp, dentro un piano da 1,1 miliardi di euro per fortificare i confini: canali d’irrigazione approfonditi fino a diventare trincee, filari di alberi lungo le strade chiave, guerra elettronica e difese anti-drone.

E le mine, vietate da trent’anni di diritto internazionale? Vilnius ha annunciato, insieme a Lettonia, Estonia e Polonia, l’uscita dalla Convenzione di Ottawa sulle mine antiuomo; oltre 800 milioni del pacchetto decennale andranno a mine anticarro e sistemi collegati. Tutta la regione scava: l’Estonia punta a 600 bunker e 40 chilometri di fossati anticarro entro fine 2027, la Lettonia ha completato una recinzione di 280 chilometri sul confine russo, la Polonia ha avviato lo «Scudo orientale», 700 chilometri di opere da 2,5 miliardi di dollari.

Ma basterà a fermare un esercito? Il comandante delle forze armate lituane, generale Raimundas Vaikšnoras, non promette miracoli: «Partiamo dal livello tattico, ostacoli specifici al confine, e poi uniremo l’intero piano ingegneristico in un unico sistema concettuale». La Lituania ha scelto infatti i «parchi di contromobilità» — depositi vicino alla frontiera da cui dispiegare in poche ore denti di drago, ricci cechi e filo spinato — invece delle fortificazioni statiche, e conta di raddoppiarne il numero.

La conseguenza è già scritta nei bilanci: dal 2026 al 2030 la difesa assorbirà il 5-6 per cento del prodotto interno lordo lituano. E nel paesaggio: paludi che tornano paludi, ponti costruiti per poter saltare. Un Paese che ridisegna la propria geografia in attesa di una guerra che spera di non combattere mai.