I confini internazionali come fonte di conflittualità nel continente africano

di Viviana D’Onofrio –

ciad ribelliLo scorso 12 giugno violenti scontri armati si sono verificati lungo il confine tra Etiopia ed Eritrea. Il confine tra i due Stati africani costituisce da tempo fonte di conflittualità e di tensione. Tra il 1998 ed il 2000 Etiopia ed Eritrea si sono fronteggiate in un sanguinoso conflitto di confine, nel quale circa 80.000 persone hanno perso la vita. Nel 2000 un accordo di pace, conosciuto con il nome di Algiers Agreement, ha posto fine alle ostilità.
L’accordo, però, non è mai stato pienamente implementato e, conseguentemente, la tensione continua a persistere lungo il confine (1).
I confini internazionali dell’Africa costituiscono da tempo immemore una significativa fonte di conflittualità e di instabilità nel continente e rappresentano una seria minaccia per la pace e per la sicurezza di quest’area del globo. Si tratta di confini frutto dell’eredità coloniale, disegnati a tavolino ed in maniera del tutto arbitraria dalle potenze europee durante il diciannovesimo ed il ventesimo secolo.
Nel corso degli anni 1870 e 1880 gli interessi europei nel continente africano crebbero in maniera notevole. Le nazioni europee iniziarono a guardare all‘Africa come ad un continente ricco di risorse naturali da sfruttare, oltre che nei termini di un mercato potenziale per le merci prodotte dalle proprie industrie.
In occasione della Conferenza di Berlino del 1884/85, voluta dal Cancelliere tedesco Bismark ed alla quale parteciparono tredici nazioni europee e gli Stati Uniti con l’obiettivo di concordare le regole della colonizzazione dell’Africa (Scramble for Africa), le potenze in questione procedettero alla spartizione del continente africano.
La corsa all’Africa da parte degli europei fu un processo particolarmente rapido. Basti pensare che, fino al 1870, soltanto il 10% del territorio africano era controllato dagli europei; all’inizio del XX secolo, invece, gli europei controllavano circa il 90% del continente (2).
Quel che va evidenziato è che il processo di spartizione del continente africano venne attuato in maniera arbitraria, senza che venissero tenute nella minima considerazione le peculiarità storiche, culturali e religiose delle popolazioni africane e senza il dovuto coinvolgimento di queste ultime.+

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Fragilità degli Stati e Conflitti Politici in Africa, 2015 (Fonte ACLED)

Come sostenuto da Fisher in “The Dividing of a Continent: Africa’s Separatist Problem”:
In much of the world, national borders have shifted over time to reflect ethnic, linguistic, and sometimes religious divisions. Spain’s borders generally enclose the Spanish-speakers of Europe; Slovenia and Croatia roughly encompass ethnic Slovenes and Croats. Thailand is exactly what its name suggests. Africa is different, its nations largely defined not by its peoples heritage but by the follies of European colonialism. But as the continent becomes more democratic and Africans assert desires for national self-determination, the African insistance on maintaining colonial-era borders is facing more popular challenges, further exposing the contradiction engineered into African society half a century ago.
When European colonialism collapsed in the years after World War Two and Africans resumed control of their own continent, sub-Saharan leaders agreed to respect the colonial borders. Not because those borders made any sense — they are widely considered the arbitrary creations of colonial happenstance and European agreements — but because “new rulers in Africa made the decision to keep the borders drawn by former colonizers to avoid disruptive conflict amongst themselves. (3)
Nel momento in cui il colonialismo europeo è collassato e gli Stati del continente nero hanno conquistato l’indipendenza, i nuovi leaders africani hanno accettato di rispettare i vecchi confini coloniali allo scopo di evitare guerre e tensioni. A testimonianza di ciò, la Carta istitutiva della Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) del 1963 prevede, tra i principi espressamente elencati, proprio quello dell’inviolabilità dei confini nazionali.
I confini delle nazioni indipendenti dell’Africa di oggi sono, dunque, in gran parte quelli disegnati a tavolino dagli europei nel corso del diciannovesimo secolo.
Molti conflitti inter-statali, scoppiati nel continente africano nel corso del tempo, sono una chiara eredità del passato coloniale del continente e sono stati innescati, ad esempio, dalla fusione forzata di gruppi nazionali tra loro incompatibili all’interno di un singolo stato attraverso l’imposizione di confini arbitrari da parte delle potenze coloniali. Nel periodo compreso tra il 1950 ed il 2000, conflitti di confine si sono verificati (solo per citarne alcuni) tra Cameroon e Nigeria (1963-2002), Etiopia e Kenya (1963/70), Costa d’Avorio e Liberia (1960/61), Guinea Bissau e Senegal (1980/92), Etiopia ed Eritrea (1952/92-1998-2000) [4].
Ancora oggi i confini internazionali del continente africano costituiscono un potenziale elemento di tensione; la possibilità di rivendicazioni territoriali e di conflitti armati è tutt’altro che remota.

Note:
(1) Sandra F. Joireman, 2000, Ethiopia and Eritrea: Border War, University of Richmond – UR Scholarship Repository
(2) Mapping History – From Colony to Independece, University of Oregon
(3) Max Fisher, 2012, The Dividing of a Continent: Africa’s Separatist Problem, The Atlantic
(4) Luc Torres, Clar Ni Chonghaile, Finbarr Sheehy, Paddy Allen, 2012, The separatist map of Africa: interactive, The Guardian, 6 settembre

Autrice:
Viviana D’Onofrio. Ha conseguito la laurea magistrale in Relazioni internazionali con 110 e lode presso l’Università degli Studi “Roma Tre”, discutendo una tesi in diritto internazionale dal titolo “Soluzioni giuridiche al conflitto tra misure unilaterali di tutela all’ambiente e regole del commercio mondiale”. Ha, inoltre, lavorato come intern presso l’IFAD (International Fund for Agricultural Development), agenzia specializzata delle Nazioni Unite.

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