Migingo, l’isolotto sofraffollato conteso da Kenya e Uganda

di C. Alessandro Mauceri

Tra Kenya e Uganda, sul lago Vittoria, c’è un l’isola Migingo. È poco più grande di uno scoglio, più piccola di un campo da calcio. È così piccola che in molte carte geografiche non viene neanche riportata. Eppure, questo sperduto pezzetto di terra semisconosciuto è causa di uno di quei conflitti così comuni in Africa, guerre fratricide che durano decenni senza mai vincitori né vinti, ma con molte vittime.
Migingo è grande solo 2mila metri quadri, uno spazio irrisorio coperto quasi per intero da baracche di lamiera ondulata. Non è un caso se pare il loro affollamento (400 abitanti per 0,002 chilometri quadrati) le sia valso il primato di isola con la maggiore densità abitativa del pianeta (65mila abitanti/chilometro quadrato).
Fino a quando, nelle acque del lago Vittoria, c’era grande disponibilità di risorse ittiche, fondamentali per l’economia e la sopravvivenza di migliaia e migliaia di persone, sembrava importare a nessuno dei due paesi di questo sputo di terra. Era un posto selvaggio pieno di erbacce e infestato da uccelli rapaci e serpenti. I primi a trasferirsi sull’isola pare siano stati due pescatori, Dalmas Tembo e George Kibebe, nel 1991. Oggi qui vivono poche centinaia di pescatori che ogni giorno lasciano l’isola dal minuscolo porticciolo per pescare nelle acque circostanti del lago. Il loro numero è cresciuto così tanto che le baracche dei pescatori hanno coperto ogni angolo dell’isola, quasi rendendola invivibile. Tutti ammassati su questo sputo di terra per non perdere l’occasione di pescare in una delle zone più ricche di pesce. E proprio questa è la ragione della disputa territoriale tra Uganda e Kenya: le acque intorno a Migingo sono ricchissime di pesce, come il pesce persico del Nilo. Pesce che nelle altre parti del lago scarseggiano ormai da tempo. Non è un caso se a soli 200 metri da Migingo, Usingeng, un’altra isola che spunta in una zona meno ricca di pesce, è ancora quasi disabitata.
L’economia a Migingo prosperava al punto da attirare l’attenzione di pirati che aggredivano e derubavano i pescatori. Ma anche questo non sembrava essere un motivo sufficiente a scatenare una guerra tra stati.
Non appena la pesca nelle altre zone del lago ha cominciato a scarseggiare però l’attenzione dei due paesi è cambiata. L’Uganda ha subito dislocato un contingente armato a sorvegliare l’isola (ufficialmente per proteggere i pescatori dai pirati) e ha imposto delle tasse sulla pesca. La risposta del Kenya non si è fatta attendere. Il governo ha rivendicato il proprio dominio sull’isola e il diritto di esigere tributi.
La situazione va avanti tra scontri più o meno aspri da oltre un decennio. Nel 2009 i due paesi avevano anche cercato di trovare una soluzione diplomatica, creando una commissione congiunta per determinare i diritti di questo o quel paese su questo fazzoletto di terra: dopo quasi un decennio però le parti non sono ancora arrivate ad una conclusione definitiva. Nel frattempo sull’isola cogestita da entrambi i paesi, non mancano le scaramucce e gli scontri. Solo poche settimane fa le forze di sicurezza ugandesi hanno respinto un tentativo delle autorità keniane di alzare una bandiera sull’isola. “Hanno tirato giù la bandiera e hanno ammonito la polizia keniota schierata sull’isola dal ripetere tali tentativi di nuovo”, ha detto il capo dell’unità di gestione della spiaggia di Migingo, John Obunge. Per evitare il degenerare dello scontro, le forze di sicurezza keniote si sono tirate indietro. “Le forze ugandesi continuano a compiere arresti arbitrari di pescatori e agenti di polizia del Kenya, eppure il governo tace”, ha detto il leader della minoranza del Senato James Orengo che ha ribadito che la questione dovrebbe essere presentata alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) per l’arbitrato!
Questa vicenda è però servita a dimostrare una volta di più che la vera causa delle guerre e dei conflitti passati e presenti (e futuri) non sono la religione, gli ideali politici o i diritti civili: sono gli interessi economici. Come il pesce intorno a questo sputo di terra che nessuno aveva mai sentito nominare. O l’utilità di disporre della poca terra emersa come supporto alle innumerevoli barche di pescatori.
In realtà, ai pescatori, importa poco se si attraccano sul territorio del Kenya o dell’Uganda: in genere (a parte qualche piccolo scontro più per ragioni di “pesca” che per motivi di appartenenza a questo o a quel paese) la convivenza è assolutamente pacifica. Quelli che sono pronti a mandare (altre) persone a combattere e forse anche a morire, quelli che non sono stati capaci di trovare un punto d’accordo, sono i governi, troppo impegnati a cercare di accaparrarsi i diritti di tutto ciò che può essere trasformato in denaro.
Anche quando si tratta di uno sputo di terra più piccolo di un campo di calcio in mezzo ad un lago africano.